IMG_20130213_163047Tempo fa ironizzai su di un’etichetta trentina del consorzione di secondo grado distribuita esclusivamente negli Stati Uniti: Cavit e il vino poetico, questo il titolo di quel mio post di novembre. Il vino si chiama Phases Alta Luna (2009). Wine Spectator lo aveva inserito al 52° posto nell’elenco dei migliori cento vini del mondo. Era il novembre 2012 e negli shop internazionali veniva venduto ad una decina di euro. Concludevo il mio elzeviretto con queste parole: “Ora, però, mi verrebbe voglia di assaggiarlo, questo campione dei rossi trentini, per di più ad prezzo così vantaggioso per essere un fuoriclasse. Ma dove trovarlo? Qualcuno ne ha idea? Devo farmelo mandare direttamente dagli States o magari riuscirò a recuperarne qualche bottiglia anche nella fornitissima enoteca Càvit di Ravina?  Qualcuno (Enrico, Adriano…) batta un colpo, per favore”.

Bene, non chiedetemi come ho fatto – tanto non ve lo svelo –, ma pur essendo venduta solo nei territori degli yankee, sono riuscito a mettere le mani, anzi la bocca e il naso, su questa bottiglia. Qualcuno ha ascoltato il mio appello e mi ha facilitato il gioco. E allora, come è questo vino? Intanto è un bordolese tutto trentino (Igt Dolomiti): blend di Merlot, Teroldego e Lagrein. La mistura è, per così dire, assai vicina alla perfezione. La mescola funziona a meraviglia: potrebbe essere un’idea per chi cerca un vino descrittore trentino che sia anche buono da bere.

Che mi è piaciuto, e molto, lo avete già capito. Eh lo so, ora qualcuno dirà che mi sono venduto al nemico (Cavit): dopo il Pas Dosé Altemasi questo è il secondo vino del consorzione di cui parlo con entusiasmo. Ma, cosa dire? Non lo so: saranno le stagioni della vita. Sarà che i gusti cambiano. E sarà, soprattutto, che un conto è il vino (che di solito mi piace) e un altro conto sono le strategie politiche dei colossi cooperativi (che di solito mi piacciono meno). Torniamo al vino. Qualcuno, so, potrebbe dire che si tratta di un vino “facile e ruffiano”, di un vino che occhieggia il consumatore. Quel qualcuno non sono io. Perché, al contrario, penso che la piacevolezza e la facilità di comprensione, anche in un vino rosso siano un pregio e non un difetto. A meno che non si cerchino i vini antropo-sociologici, ma non è il mio caso. Quelli di solito non mi piacciono e non riesco ad andare oltre il primo mezzo bicchiere. Di questa bottiglia, invece, ho visto felicemente e rapidamente il fondo.

Dunque, questo è un vino che si beve volentieri. Molto volentieri. E’ un vino grasso e un po’ ciccione. Il naso si replica e si potenzia in bocca: le evoluzioni terziarie prevalgono subito dopo una fruttuosità rossa ben polposetta. Ed emergono con completezza sensazioni di tostatura, di tabacco e di frutta secca. E di cioccolata. La stesa cioccolatosità piena e pastosa, che incontro talvolta anche in alcuni Amarone (il primo che mi viene in mente ora è un grande Cà La Bionda, uno splendido capolavoro di quel grand’uomo di Marano che si chiama Pietro Castellani). Cioccolatosità a parte, chiaro che qui, con questo bordolese trentino da manuale, stiamo parlando di un vino diverso. Ma sicuramente di un vino che vale la pena bere, perché è buono, perché è robusto, perché è piacevole e perché in qualche modo racconta lealmente e con eleganza un pezzo di Trentino. E non è poco. Il rapporto qualità prezzo (10 dollari e anche meno), poi, è imbattibile. Peccato se lo possano permettere solo i detestati yankee. Ma questo è un altro discorso.