Qualora la richiesta di riconoscimento della denominazione di origine controllata e garantita avanzata dai produttori della Valle dei Laghi (mi pare siano otto) per il Vino Santo dovesse andare in porto (e ci sono buone probabilità che in porto ci vada davvero, e poi vedremo il perché), questa nuova DOCG in un colpo solo taglierebbe almeno due traguardi. Uno tutto locale: sarebbe la prima DOCG del Trentino. E uno nazionale: con il suo centinaio di ettolitri imbottigliati mediamente ogni anno diventerebbe la Denominazione garantita più piccola d’Italia; rubando il primato a Scanzo che di ettolitri ne imbottiglia almeno il doppio.
E fin qui i primati e le buone notizie.
Poi ci sono le perplessità, che per ora, mi pare di capire, sono solo le mie. Mi spiace scrivere quello che sto per scrivere, perché considero la Valle dei Laghi e i suoi attori, anche cooperativi, il meglio del meglio del Trentino enologico. Ma, seppure con sommo dispiacere, lo scrivo: questa DOCG secondo me è un errore. Anzi è due errori insieme e contemporaneamente.
È prima di tutto un errore politico dal punto di vista sistemico: sono pronto a scommettere (anche gli attributi) che una volta concesso questo riconoscimento, tutto sommato irrilevante dal punto di vista generale, il Jurassic Park che domina incontrastato Consorzio Vini del Trentino considererà chiusa una volta per sempre, o almeno per i prossimi vent’anni, ogni discussione sulla riforma della piramide delle denominazioni. La DOCG del Vino Santo (o come si chiamerà) sarà l’alibi di cui si avvarranno i dinosauri industrialisti per tappare la bocca a chi proverà anche solo genericamente ad accennare ad un discorso territorialista incardinato dentro una nuova strutturazione delle denominazioni. Manna dal cielo per l’establishment conservatore che stringe il collo alla vitivinicoltura trentina.
Sono anche convinto che gli amici della Valle dei Laghi sbaglino nel considerare lo strumento della DOCG come il grimaldello per risollevare le sorti commerciali di questo gioiello enologico che fa fatica a guadagnarsi reputazione fuori dal Trentino. Non sempre piccolo è bello. E non sempre DOCG è sinonimo di successo. Lo dimostra ancora Scanzo, la cui denominazione ha un tasso di efficacia (rapporto fra rivendicato e imbottigliato) pari al 39% (Fonte Corriere Vinicolo 2019). E se ci spostiamo in Toscana, in quel di Prato, la blasonatissima Carmignano (piccola sì ma che si attesta pur sempre su qualche migliaio di ettolitri) esprime un tasso di efficacia pari al 49%. A dimostrazione che anche una DOCG, se è non incardinata dentro un rigoroso sistema territoriale e una solida piramide delle denominazioni, rischia di servire a poco. Se non a far crescere i costi di gestione.
Comunque sia, per affetto, non riesco a non augurare un sincero in bocca al lupo, anzi alla DOCG, agli amici della Valle dei Laghi.

È lo pseudonimo collettivo con cui fin dall’inizio sono stati firmati la maggior parte dei post più trucidi e succulenti di Territoriocheresiste. Il nome è un omaggio al protagonista del Barone rampante, il grande capolavoro di Italo Calvino. Cosimo Piovasco, passa tutta la sua vita su un albero per ribellione contro il padre. Da lì, però, guadagna la giusta distanza per osservare e capire la vita e il mondo che scorrono sotto di lui.